Project

PENDOLARI della notte

Calano le luci della sera.
Interminabili file di bambini riempiono le strade nella umida notte di Gulu.
Adolescenti silenziosi con occhi colmi di tristezza, provengono da villaggi fuori città.
Percorrono chilometri per raggiungere un rifugio sicuro dove trascorrere la notte.
Al mattino per rientrare.
Oltrepassano sbarre che sanno di carcere e, ironia della sorte, saranno la loro salvezza.
Fuori da qui la notte fa tanta paura!
Un suono di tamburi rimbomba nell’aria polverosa, centinaia di bambini danzano, saltano, si abbracciano e lanciano urla disperate come leoni feriti.
Poi, uno accanto all’altro si addormentano in attesa della luce.
Fuori da qui il sole fa meno paura.
Li chiamano Night Commuters, sono i pendolari della notte.
Figli della follia dell’uomo.

BACKSTAGE
Luglio 2004, distretto di Gulu nel Nord Uganda
. Assieme a Salvatore ci troviamo immersi in una realtà difficile da accettare ma, dato che siamo qui per realizzare un documentario sulla guerra dei bambini soldato non possiamo permetterci di tralasciare le tragedie che ci circondano. Centinaia di bambini che al calare della luce abbandonano i loro villaggi per incamminarsi verso un luogo sicuro e protetto dove trascorrere la notte. File interminabili di bambini camminano silenziosi e terrorizzati dal buio. Da queste parti il buio vuol dire violenza, rapimenti, villaggi bruciati, bambini violentati o uccisi e l’unico modo per fuggire a tanta violenza è quello di dormire in un luogo protetto. Un  cancello di ferro è la soglia oltre la quale si potrà chiudere gli occhi e addormentarsi sereni. Li chiamano “night commuters” che tradotto significa i pendolari della notte. Quello che più mi rimarrà impresso della notte trascorsa con loro è il suono dei tamburi come il richiamo della foresta. Un suono che si udiva da tutte le parti della città e serviva a chiamare a raccolta i bambini dai villaggi vicini. E poi una danza tribale nella quale siamo stati travolti e dalla quale è stato davvero difficile mantenere la lucidità per lavorare. Avevo a disposizione pellicole a colori e in bianco e nero, poca luce e molta polvere. Ho scattato a colori, e in bianco e nero. Sapevo che ogni scatto sarebbe stato irripetibile. Ho cercato di rappresentare lo stato di inquietudine di tutti questi bambini al calare della luce.